Un debito con me stesso – Francesco Alessio Laterza
Da bambino guardavo il Piancavallo da San Stino di Livenza. Nelle giornate dopo una notte di pioggia e vento, quando l’aria si faceva limpida e le montagne sembravano vicinissime, mi facevo sempre la stessa promessa silenziosa: un giorno arriverò fin lassù.
Poi è successo qualcosa che capita a molte promesse che ci facciamo da soli: averle sempre sotto gli occhi le ha rese meno urgenti. “Prima o poi ci andrò” è diventata una frase comoda, ripetuta per anni, che rimandava senza mai cancellare il desiderio.
Ma una promessa fatta a se stessi, anche se dorme per anni, resta un debito aperto. E i debiti con se stessi, prima o poi, si pagano, perché è da lì che si misura se siamo persone di parola prima ancora che con gli altri.
Questa volta il giorno è arrivato. Prima di partire ho detto a mio figlio dove sarei andato e gli ho chiesto una cosa semplice: di salutarmi da San Stino, guardando verso quelle montagne. Un modo per restare connessi anche da lontano, io lassù e lui laggiù, nello stesso momento, a guardarci senza vederci.
Ho percorso l’Alta Via del Rondoi in senso orario, allungandola e sconfinando fino a Cima Lastè, in territorio veneto.
Lassù, il pensiero è andato a mio figlio e a quel saluto che immaginavo arrivasse da San Stino. In quel momento sono tornato bambino anch’io, quello che guardava le montagne dal basso, chiedendosi cosa ci fosse sopra.
Oggi posso dirgli: “Vedi quelle montagne? Il papà è stato su tutte e tu mi hai salutato da lì mentre ci arrivavo.” Non è vanto: è la prova che una promessa, anche rimandata, si può ancora onorare e che a volte basta un gesto piccolo per restare vicini anche quando si è lontani.
E se un giorno saliremo insieme, lui non erediterà solo un sentiero. Erediterà l’idea che le promesse, verso se stessi, verso chi si ama, vanno mantenute. Anche in ritardo. Anche da soli. Perché è così che si tramanda qualcosa di più solido di un ricordo: uno spirito.